bucoliche

Il paesaggio bucolico nell’opera di Virgilio concorre ad approfondire i sentimenti dei personaggi: ciò è particolarmente evidente nella I ecloga, dove sono messi a contrasto Titiro, il pastore fortunato che grazie all’intercessione di un potente, definito deus, ha potuto conservare la propria terra, e Melibeo che, invece, incarna la sorte degli agricoltori italici, costretti a cedere il loro campi ad un impius miles e ad emigrare con le loro povere masserizie.

Vale la pena di ricordare in proposito le parole con cui Eduard Fraenkel sottolinea l’importante novità della poesia virgiliana: «La facilità di dare espressione in poche parole ai tratti caratteristici di un determinato paesaggio e di svegliare nel lettore una ricchezza di sensazioni che nel suo spirito si collegano direttamente con questo particolare paesaggio, questa facoltà […] non è mai esistita nella poesia antica, neppure in quella greca, con la stessa forza come nella poesia augustea. Mai prima la rappresentazione del colore e dell’atmosfera di un paesaggio per mezzo dei suoni e del ritmo, è riuscita così perfettamente come negli ultimi versi della I ecloga di Virgilio» (1).

 

(1) E. FRAENKEL, Carattere della poesia augustea, in «Kleine Beitrage», II, Roma, 1964, p. 228.

f.s.

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[Il libro è un piccolo gioiello narrativo. Ve lo consiglio caldamente. Lo stile è semplice e poetico allo stesso tempo. Narrazione essenziale, costruita su dettagli minimi. Di seguito la recensione di Paola Sorge, italianista e germanista, collabora alle pagine culturali del quotidiano la Repubblica. f.s.

La scelta di Marianne è la rinuncia all’amore

di PAOLA SORGE

 

 
“Nel paese dell’ideale: io da un uomo mi aspetto che mi ami per ciò che sono e per ciò che diventerò.” E poi, facendo scorrere il foglio nella macchina da scrivere, Marianne continua a tradurre dal testo originale scritto in francese: “Finora gli uomini mi hanno tutti resa più debole. Mio marito diceva di me: ‘Michèle è forte’. In realtà vuole che io sia forte per ciò che non interessa a lui: per i figli, per la casa, per le tasse. Ma in quello che a me balena come possibile lavoro, in quello mi distrugge. Dice: ‘Mia moglie è una sognatrice’. Se si chiama sognare voler essere ciò che si è, allora voglio essere una sognatrice.” Quelle appena riportate, le affermazioni che lo scrittore e drammaturgo Peter Handke fa pronunciare ad un personaggio esterno al racconto, una donna che evidentemente ha preservato una minima quota di forza psichica e di consapevolezza di se stessa, superiori a ciò di cui, nel corso della narrazione, proprio Marianne si rivelerà del tutto sprovvista.

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Nuovo e-book:  TEMPO DELLA RIVOLTA E MOMENTO DEL QUOTIDIANO. Il racconto degli anni di piombo

 


[QUI] puoi scaricare gli otto saggi di letteratura del prof. Giuseppe Panella in formato PDF.

 I titoli dei saggi pubblicati da Retroguardia

1. Giuseppe Panella, ELOGIO DELLA LENTEZZA. Paul Valéry e la forma della poesia

2. Giuseppe Panella, D’ANNUNZIO E LE IMMAGINI DEL SUBLIME. L’Alcyone, la Fedra e altre apparizioni

3. Giuseppe Panella, DINO CAMPANA: LA POETICA DELL’ORFISMO TRA PITTURA E SOGNO

4. Giuseppe Panella, REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana

5. Giuseppe Panella, LE METAMORFOSI E I MITI. Indagine su Pietro Civitareale

6. Giuseppe Panella, RIFLESSIONI SULLA POESIA PER LETTORI UN PO’ ANNOIATI (A RAGIONE ?)

7. Giuseppe Panella, IL SUBLIME RIVENDICATO: ADORNO E LA VERITA’ DELLA BELLEZZA

8. Giuseppe Panella, TEMPO DELLA RIVOLTA E MOMENTO DEL QUOTIDIANO. Il racconto degli anni di piombo

 

f.s.

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Recensione/schizzo #31

Il racconto lungo Il colore del sole di Andrea Camilleri è poco originale. Nessuna creazione, nessuna bellezza. Il narratore non esplora la vita – o il mito – di Caravaggio. L’esistenza tumultuosa del pittore viene trasformata dalla fantasia di Camilleri in cartolina in bianco e nero. Inoltre non ritengo valida, non solo dal punto di vista artistico, ma anche da quello stilistico, il tentativo di imitare la lingua italiana del seicento. Siamo dinnanzi ad uno scarto d’autore. 

f.s.

[Andrea Camilleri, Il colore del sole, Mondadori, 2008, p. 108, € 6]

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di Giuseppe Panella

«Battete in piazza il calpestio delle rivolte! In alto, catena di teste superbe! Con la piena d’ un nuovo diluvio laveremo le città dei mondi … »
(Vladimir Vladimirovič Majakovskij )
 
«Ciò che rende terribile questo mondo è che mettiamo la stessa passione nel cercare di essere felici e nell’impedire che gli altri lo siano»
(Antoine de Rivarol)

 

 

ultimo-sparo_-cesare-battisti1. L’ultimo sparo (ovvero la Terra vista dalla Luna)

 

Individuare nella narrativa italiana e, in particolare, in quei romanzi che possono essere considerati significativi riguardo all’argomento, non foss’altro che per la loro successiva trasformazione in opere cinematografiche (quale condizione esemplare per tutti gli altri può essere considerata quella di Caro Michele di Natalia Ginzburg che, pubblicato nel 1973, diventa un film diretto da Mario Monicelli nel 1976), evidenziando in essi i rapporti tra vita quotidiana, immaginario collettivo e vicende legate al terrorismo, appare un’impresa oltremodo interessante anche se di certo difficile per l’eccessiva vicinanza dei fatti in essi narrati. In questo caso, è particolarmente significativa la capacità di cogliere tali aspetti attraverso la narrazione e la messinscena teatrale presenti in Corpo di stato di Marco Baliani (Milano, Rizzoli, 2003) che, pur partendo da un canovaccio drammatico corredato però di musiche e foto d’epoca, diventa poi l’analisi descrittiva di alcune vicende (certamente pubbliche ma poi mescolate a quelle più private) di quegli anni.

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di Franco Cordelli

Che ne è di Antonio Pizzuto? Coetaneo di Gadda (Pizzuto nacque a Palermo nel 1893), egli ebbe più travagliata vicenda. Quando nel 1959 Romano Bilenchi e Mario Luzi pubblicarono per Lerici Signorina Rosina, scoppiò il caso. Era un esordio tardivo. Aleggiava Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, lontano dall’ essere il classico che oggi è; non erano pervenuti all’ attenzione o alla conoscenza gli altri due stilisti siciliani, Stefano D’ Arrigo e Gesualdo Bufalino. Il caso Pizzuto ebbe risonanza mentre si affermava la neoavanguardia in Francia, in Germania e in Italia. Ma Pizzuto non fu riconosciuto come uno dei padri. Il primo a prendere atto di quell’ eccezionale debutto fu Luigi Baldacci, che dell’ avanguardia non era un compagno di strada. Grande interesse mostrarono, tra gli altri, Ruggero Jacobbi, Oreste Del Buono e Giuliano Gramigna. Ma quando Gianfranco Contini dichiarò la sua predilezione e poi amicizia per l’ ex questore siciliano, quello apparve il momento della consacrazione. Pure, non c’ è consacrazione che tenga.

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Scrive Montale: «Che cos’è la poesia lirica? Per mio conto non saprei definire quest’araba fenice, questo mostro, quest’oggetto determinatissimo, concreto, eppure impalpabile perché fatto di parole, questa strana convivenza della musica e della metafisica, del ragionamento e dello sragionamento, del sogno e della veglia» (1)

(1) E. MONTALE, Sulla poesia, Milano, Mondatori, 1976, p.171

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[Ho trovato interessante la lettura di questo saggio di Alessandro Cinquegrani su Gesualdo Bufalino. Trascrivo la prefazione al volume scritta da Ricciarda Ricorda. f.s.]

Prefazione di Ricciarda Ricorda

«La mer, la mer toujours recommencée» : il verso del Cimetière Marin di Valery sulla cui traduzione impossibile si arrovella il protagonista dell’ultimo romanzo di Bufalino, Tommaso e il fotografo cieco, sembra racchiudere in sé, con la potenza della metafora ardita, il senso ultimo dell’itinerario dello scrittore di Comiso, la soluzione del dilemma che più lo assilla, l’ardua ipotesi «dell’immortalità che non esclude la morte», di un’eternità che mantenga in sé, superandole, come il mare nel succedersi delle onde, le tracce del finito.

Nelle pagine bufaliniane si rincorrono quesiti e problemi di ordine metafisico che ne scandiscono tutta la ricerca e che attendono di essere portati alla luce e analizzati: la bibliografia della critica sull’autore, infatti, è già ricca di interventi e di voci di sicuro interesse, ma sono ancora pochi i saggi che si propongano un’interpretazione complessiva, l’identificazione di nuclei portanti e trasversali della sua produzione: è questo il campo in cui si misura Alessandro Cinquegrani, individuando nel complesso, controverso e articolato rapporto dello scrittore con Dio il più importante tra i sotterranei fili rossi che la attraversano tutta.

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Sulla specificità del discorso poetico, che si fonda su uno statuto del segno diverso da quello della lingua, Stefano Agosti precisa:

«Tale statuto potrebbe velocemente essere enunciato così: i significanti, in poesia, se, da un lato, rimandano pur sempre ai significati, dall’altro si costituiscono invece come entità autonome e, al limite, depositarie esse stesse di senso. Il significante insomma rinvia, oltre che al significato – che tuttavia condiziona e deforma – anche a se stesso, istituendosi come il significato di sé. Il fatto è che i “significanti poetici” sono solo parzialmente i significanti del discorso; in poesia, al significante ordinario si sovrappone tutta una complessa articolazione di significanti supplementari: fonetici, timbrici e ritmici, i quali, come si è detto, sono responsabili sia di una relazione col significato tutta diversa rispetto a quella normale, sia di una assunzione su di sé dello statuto di quest’ultimo. In definitiva, il significante poetico è meno il termine di un rapporto che la manifestazione d’una struttura: nella fattispecie d’una struttura formale complessa costruita dall’organizzazione degli elementi fisici del linguaggio (suoni e timbri) e dallo sfruttamento intensivo delle possibilità virtuali interne al linguaggio (la capacità di produrre “ritmi” e comporre “figure”). Il primo punto comporta l’evidenziazione dell’apparato fonetico della lingua: il secondo, della prosodia e della sintassi» (1).

(1) S. AGOSTI, Il testo poetico. Teoria e pratica d’analisi, Milano, Rizzoli, 1982, p.11

f.s.

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Recensione/schizzo #30

L’uomo invaso e altre invenzioni è una raccolta di racconti di Gesualdo Bufalino. Il titolo dell’opera è una significativa metafora della condizione dell’autore e, estendendo l’immagine, d’ogni essere umano.

Bufalino affida alla ricercatezza, alla musicalità della parola, allo stile sublime, ricco di artifici retorici, la possibilità di tratteggiare le più alte questioni della vita, quali la malattia, la morte, la verità e la menzogna, la solitudine, l’amore.

In una raccolta di ventidue racconti in cui troviamo Orfeo ed Euridice, Baudelaire, il sofista Gorgia, don Chisciotte, re Ferdinando I, Jack lo squartatore, Noe, e molte altre popolari presenze, libresche e non, il filo aureo della rielaborazione del mito lega ogni storia, in modo che la lettura possa stratificarsi su più livelli senza che nessun racconto prevalga sull’altro.

f.s.

[Gesualdo Bufalino, L’uomo invaso e altre invenzioni, Bompiani, 2001, XXXIX-166 p, € 7,40 ]

 L’INCERTEZZA DELLE ATTESE, LA SICUREZZA DELLA SCRITTURA.

A proposito di Mater certa di Giuseppe Favati.

di Giuseppe Panella

 

«Ecco ora il racconto dell’avventura che aveva determinata la situazione rispettiva nella quale sono venuti a trovarsi i personaggi di questa scena…»

(Honoré de Balzac, La duchessa di Langeais)

 

1. Figli e ideologie 

 

Giuseppe Favati non demorde ancora. Dopo un primo romanzo tutto sommato classificabile come tradizionale ma con vistose e vigorose innovazioni linguistico-metanarrative (Villandorme e Cartacanta, Firenze, Il Ponte Editore, 2002) e un attraversamento trasversale e “filosofico” degno del Diderot dei Gioielli indiscreti di quel che resta della sessualità post-moderna (Per esempio, con la coda dell’occhio, San Cesario di Lecce, Manni, 2005), ecco qui un terzo romanzo (Mater certa, Firenze, Il Ponte, 2007) ancora più deciso individuato da una scrittura che pigia sempre di più sul pedale della frantumazione e della moltiplicazione delle voci e delle possibilità ancora rimaste alla scrittura romanzesca. Un romanzo bachtiniano e polifonico, forse - ma forse ancora qualcosa di diverso (sicuramente nei confronti dei romanzi precedenti). Sarà opportuno esaminarlo con cura. Ancora una volta - ed è importante dirlo - il libro si apre con degli esergo significativi (come già il precedente Per esempio, con la coda dell’occhio). Sarà interessante verificarli uno alla volta per comprenderne l’importanza. Il primo viene direttamente dalle Lettere dal carcere di Gramsci e recita: “Il tempo [...] è un semplice pseudonimo della vita stessa” (lettera alla cognata Tatiana Schucht del 2 marzo 1933). Il pezzettino di testo compreso tra le parentesi quadre recitava peraltro che il tempo è “la cosa più importante”. Gramsci voleva rilevare come il tempo umano e quindi la Storia sia l’unica misura per giudicare e rivendicare la verità e la validità delle proprie azioni.

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Ossi di Seppia è la prima raccolta montaliana, apparsa nel 1925 e poi arricchita nell’edizione del 1928.

Gli Ossi di Seppia disegnano la vicenda di uno scacco esistenziale e gnoseologico, la dolente presa d‘atto di una radicale impotenza espressiva, della impossibilità, per la parola poetica, di significare l’essenza del mondo e della vita, ma illustrano anche la disperata ricerca di una identità e il suo fallimentare esito.

Non vale infatti al soggetto di farsi cosa fra le cose, «scheggia fuori del tempo», residuo espulso dal flusso del divenire e immune dalla sua azione annientatrice. La vacuità dell’aspirazione all’assoluto, la condanna del soggetto a riconoscere nel dominio della caducità l’unico possibile spazio della sua consistenza.

Così, al termine della sua odissea, l’io comprende che l’essere equivale al morire, e la soggettività può persistere solo a prezzo di consegnarsi a una immobilità funeraria; ed esistere vuol dire rassegnarsi ad abitare un tempo storico deserto di certezze e di valori, a sopportare la discontinuità dell’esperienza e lo squarcio atroce di un divenire senza progresso.

f.s.

[Eugenio Montale, Ossi di seppia, Mondadori, 1996, pag.142, lire 12.000]

[Traduzione di José Daniel Henao Grisales ]

[QUI] potete leggere il testo italiano già pubblicato su Retroguardia.

Transcribo una puntualización de A. Asor Rosa sobre cómo se relata la práctica de la literatura ( y de la crítica) a las diversas ideas de la literatura:

 
Si la literatura vendrá considerada como producto social, nosotros buscaremos en ella el predominio de la representatividad ( Fidelidad, tipificación, adherencia, verosimilitud), respecto a un determinado contexto social. Si la pensamos como producto de la historia de las ideas, en ella nos parecerá prevalente el mecanismo, con base en el cual la organización formal de una ideología entregada, producirá ( o debe producir), estructuras  textuales coherentes con la Weltanschauung del autor.

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Recensione/schizzo #29

In Aforismi sulla saggezza del vivere, Arthur Schopenhauer dà vita alla Teoria del pessimismo: questo è il peggiore dei mondi, motivo fondamentale dell’umanità è il dolore perché ogni desiderio suscitato dal volere eterno causa sofferenze, e l’appagamento dei desideri ne suscita altri e ingenera perciò novello dolore.

Ideale etico dell’individuo deve essere la rinuncia che sfocia nella ricerca dell’equilibrio interiore, nella programmatica lontananza del saggio da tutto ciò che, come l’ambizione o il desiderio del lusso, può offuscare la sua serenità. Condanna tuttavia, quei uomini che portano alle estreme conseguenze il principio di serenità. Esso, infatti, viene temperato nella morale antica della mediocritas, la ricerca del giusto mezzo.

Sono spunti tratti dalla filosofia greca, in particolar modo ellenistica, e dal buddismo.

Nel rapporto con gli uomini, il filosofo consiglia da una parte di evitarli, esaltando così la solitudine, dall’altra di imporsi una condotta discreta e riservata, avendo cura di non urtare la suscettibilità della gente.

Libro intenso e di facile lettura.

f.s.

[Arthur Schopenhauer, Aforismi sulla saggezza del vivere, Mondadori, 1997, a cura di Maria Teresa Giannelli, pag. 252, Lire 13.000]

Secretum o, più esattamente, De Secreto conflictu curarum mearum (“Il segreto conflitto delle mie cure affannose”; ossia “L’intimo dramma della mia vita”), scritto a Vallachiusa nel 1343 e definitivamente ritoccato fra il 1353 e il 1358. Libro intenso ed organico in cui Petrarca ci parla delle sue contraddizioni e delle sue lotte intime.

In quest’opera sant’Agostino per tre giorni, in tre dialoghi, rimprovera al poeta il suo desiderio di gloria, di agi, di onori, la sua sensualità, il suo amore per Laura. Al colloquio assiste, silenziosa ma vigile, una donna: la Verità. Il Petrarca si difende con abilità, se pure con umiltà, ammette il suo errore, ma lascia intendere che si rende conto che non potrà mai rinunciare ai suoi affetti terreni.

L’opera in prosa latina, di straordinaria e acuta introspezione, rispecchia indubbiamente il pentimento del Petrarca per la sua vita non sempre irreprensibile, e il suo lento ravvedimento, iniziatosi nel 1333 dopo la prima lettura delle Confessioni di sant’Agostino e compiutosi nell’anno del Giubileo.

Scritto in un latino duttile e sciolto, elegante e insieme familiare. Consiglio di accompagnare la lettura di quest’opera con quella di sant’Agostino. Naturalmente, il libro del Petrarca è così ricco di humanitas e di artifici letterari che queste mie poche righe non riusciranno mai a restituire in pieno il valore dell’opera.

f.s.

[Francesco Petrarca, Secretum, Mursia, 1992, a cura di Enrico Fenzi, Pag. 419, lire 25.000]

[Traduzione di José Daniel Henao Grisales ]

[QUI] potete leggere il testo italiano già pubblicato su Retroguardia.

Los veintitrés días de la ciudad de Alba (1952) y Una Cuestión privada (1962) de Beppe Fenoglio

De Francesco Sasso

 
Beppe Fenoglio (1922-1963) no muestra ningún interés por las instancias sociales y mucho menos por las motivaciones ideológicas de la lucha de superación; ella se identifica para él, en la guerra partisana, y esta última a su vez se representa como aventura existencial, como ejemplar ocasional de conocimiento, como desafío para sí mismo y como apuesta sobre sus propias cualidades.

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Recensione/schizzo #28

Cattedrale di Raymond Carver (1939-1988) è una moderna galleria di “vite americane”, spesso disadattati o ultimi eredi del “sogno” americano, che si snoda emblematicamente attraverso le dodici stories.

A mio parere, ci sono solo due racconti capolavoro all’interno della raccolta: Cattedrale e Una cosa piccola ma buona. Il resto invece non mi ha entusiasmato.

Nel complesso, i racconti sono limpidi, l’elaborazione letteraria viene sapientemente dissimulata sotto la veste della semplicità. Eppure l’arte miracolosa dello scrittore, che lascia parlare i fatti mettendoli dinanzi agli occhi del lettore con la massima evidenzia, mi ha annoiato non poco.

f.s.

[Raymond Carter, Cattedrale, Minimum fax, 2002, trad. di Riccardo Duranti, pag. 229, € 11,50]

Qui si può leggere l’intero testo della legge 133.

Per esempio, art. 16: “Facoltà di trasformazione in fondazioni delle università”

QUI il sommario della rassegna stampa dei quotidiani

QUI speciale mobilitazione ADI- Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiana.

QUI un programma per l’Università italiana [PDF]. Per difendere e cambiare l’Universita’. Proposto da: Associazione Docenti Universitari (ADU), Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani (ADI), Associazione Nazionale Docenti Universitari (ANDU), Associazione Professionale Universitaria (APU), CISAL Universita’, CISL Universita’, Comitato Nazionale Universitario (CNU), Coordinamento Nazionale Ricercatori Universitari (CNRU), FLC CGIL, Rete Nazionale Ricercatori Precari (RNRP), Sindacato Universitario Nazionale (SUN), UIL P.A.-U.R. AFAM, Unione degli Universitari (UDU), Il documento sottoscritto dalle associazioni della docenza.  

 

Link:

Sign for CONTRO IL MAESTRO UNICO

Uniriot (NETWORK DELLE FACOLTA’ RIBELLI)

Atenei in rivolta


AVVISO AI NAVIGANTI: [Ultimo aggiornamento: 2 dicembre 2008 ]

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di Giuseppe Panella

 

[Le annotazioni e le riflessioni sull'estetica di Theodor Wiesegrund-Adorno che seguono sono il frutto di un lavoro condotto insieme a Tomaso Cavallo e a Giovanni Spena nel corso di una serie di incontri su Filosofia e Letteratura tenuti nell'ambito del programma dell'Associazione fiorentina "Quinto Alto" per il 2000-2001. Questa doverosa precisazione dovrebbe bastare a render conto del carattere non sistematico (anzi, sovente episodico se non rapsodico) e parziale della mia riflessione sul pensiero di Adorno. Ma si trattava in quel contesto di scambi, sondaggi e progetti di interpretazione: un dialogo sul pensiero del filosofo di Francoforte per il quale sono grato di aver interagito teoricamente con Cavallo e Spena e di aver potuto confrontarmi con ascoltatori "eccellenti" quale Gaspare Polizzi. G.P.]

1. La posta in gioco: la possibile natura della bellezza

“Tutto ciò che è essenzialmente bello è sempre ed essenzialmente, ma in gradi infinitamente diversi, connesso all’apparenza. Questo rapporto tocca la sua massima intensità in ciò che è propriamente vivente, e proprio qui nella chiara polarità di apparenza trionfale e apparenza che si spegne.Vale a dire che ogni essere vivente, e tanto più, quanto più alta è la sua vita, è sottratto all’ambito della bellezza essenziale, e in ciò che vive questo bello essenziale si rivela quindi più che mai come apparenza.Vita bella, bellezza essenziale e bellezza apparente sono termini identici. In questo senso proprio la teoria platonica del bello si ricollega al problema ancora più antico dell’apparenza in quanto si rivolge - secondo il Simposio - anzitutto alla bellezza vivente dei corpi. Che se questo problema rimane latente nella speculazione platonica, ciò dipende dal fatto che per Platone, come greco, la bellezza si espone almeno altrettanto essenzialmente nel giovane come nella fanciulla, mentre la pienezza della vita è maggiore nella donna che nel maschio. Ma un elemento di apparenza rimane anche in ciò che è meno vivo, quando sia bello essenzialmente. E questo è il caso di tutte le opere d’arte - della musica meno che di ogni altra. Rimane quindi, in ogni bellezza artistica, quell’apparenza, quella contiguità e vicinanza alla vita, senza la quale nessun’arte è possibile. Ma questa apparenza non esaurisce la sua essenza”. (Walter Benjamin, “Le affinità elettive“, in Angelus Novus. Saggi e frammenti, trad. it. e cura di R. Solmi, Torino, Einaudi, 1976, pp.224-225).

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[Consiglio la lettura del breve saggio La malinconia allo specchio di Jean Starobinski. “Tradizione filosofica, tradizione iconoclastica e tradizione poetica sono i tre percorsi su cui si interroga" il critico nelle letture di tre poesie di Baudelaire. Trascrivo la prefazione al volume di Yves Bonnefoy. f.s. ]

Prefazione di Yves Bonnefoy

Non è necessario ricordare l’ampiezza, la varietà, l’importanza dei lavori di Jean Starobinski, che si colloca tra le figure più rilevanti della critica contemporanea. Mi limiterò a una osservazione.

L’argomento delle sue lezioni al Collège de France è stato la malinconia, che dopo Panofsky e Saxl, più di chiunque altro egli ha contribuito a conservare al centro dell’attenzione degli storici dell’arte e della letteratura; e indubbiamente nessun altro studio è più giustificato di questo, perché la malinconia è forse quanto di più specifico caratterizza le culture dell’Occidente. Nata dall’indebolimento del sacro, dalla distanza sempre più grande tra coscienza e il divino, e rifratta e riflessa dalle situazioni e dalle opere più diverse, essa è la scheggia nella carne di quella modernità che a partire dai Greci non cessa di nascere ma senza mai finire di liberarsi dalle sue nostalgie, dai suoi rimpianti, dai suoi sogni. Da lei deriva quel lungo corteo di grida, di gemiti, di risa, di canti bizzarri, di orifiamme mobili nel fumo che attraversa tutti i nostri secoli, fecondando l’arte, seminando la follia – quest’ultima mascherata talvolta in ragione estrema nell’utopista o nell’ideologo.

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Recensione/schizzo #27

Gli scritti che compongono questo libro sono usciti su alcune riviste, in volumi collettivi e in rete.

Dall’amore per i viaggi e il sogno, deriva una serie di scritti nei quali Moresco illustra gli aspetti geografici e visionari, la vita sociale nascosta e spesso degradata dei paesi visitati. Ma non troveremo un resoconto che oggi diremmo giornalistico, ma pezzi che sconfinano nel racconto letterario e nell’invettiva.

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Di fronte alla domanda: «Come nasce un testo letterario?» o «Come è nato questo testo letterario?», lo storicismo mostra i suoi limiti metodologici. Diamo la parola ad Asor Rosa:
 
«Lo storicismo, nella sua doppia versione di storicismo idealistico e di storicismo sociologico-materialistico, non sembra in grado di dare una risposta a queste due domande, neanche quando venga riformato con l’acquisizione di una maggiore sensibilità segnino-formale: sia l’uno sia l’altro, infatti, continuano a porre fuori una risposta che viene invece significata solo quando è collocata dentro la concreta, organica struttura del testo. Anche in questo caso ci soccorre, invece, la nozione di sistema: essa, infatti, comporta bensì specificità e autonomia: ma tale specificità e autonomia non implicano che il sistema debba considerarsi chiuso e autosufficiente. Al contrario: esso nasce e continuamente si rinnova mediante la manipolazione nei propri linguaggi di un’infinità di materiali provenienti da ogni dove. Non è essenziale, anzi è piuttosto sbagliato, pensare che il letterario tragga alimento solo dal letterario: essenziale è invece seguire con estrema attenzione il percorso concreto e accidentato attraverso cui un qualsiasi elemento extraletterario si fa letterario, entrando a far parte costitutiva del sistema». (1)

Asor Rosa, critico di matrice marxista, pur con qualche riserva, sembra accogliere la sostanza del discorso semiologico.

(1) A. ASOR ROSA, Letteratura, testo, società, in Aa.Vv., Letteratura italiana, vol. I, Torino, Einaudi, 1982, p.19

f.s.

[Traduzione di José Daniel Henao Grisales ]

[QUI] potete leggere il testo italiano già pubblicato su Retroguardia.

Vida Nueva de Dante

De Francesco Sasso

La obra ha sido compuesta una vez ha muerto Beatriz. En ella el poeta recoge veinticuatro sonetos, cuatro canciones, una estancia y una balada. Las ha reunido con una prosa antes que nada directa, para explicar las circunstancias y los estados de ánimo, de aquel cuyas rimas habían nacido y nos dan la tierna historia de su amor por Beatriz.

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[dopo aver assistito ad una rappresentazione teatrale]

Il pubblico s’immedesima totalmente nella finzione scenica –che è anche la sua momentanea liberazione da una realtà diversa- e s’illude, come ci si illude nel carnevale, che la vera realtà sia del sogno e della fantasia. Il pubblico si diverte e ride.

Ci si può, dunque, divertire, si può ridere e scherzare, ma solo nell’illusione di un’ora. È un’esaltazione della comicità che, a pensarci bene, racchiude in sé una coscienza profondamente amara del rapporto con la realtà quotidiana. D’altronde la comicità vera affonda sempre le sue radici nel tragico della vita quotidiana e dalle situazioni più serie trae la sua linfa vitale.

f.s.

Recensione/schizzo #26

Il passato è una terra straniera non è un romanzo di genere. La trama gialla è semplice pretesto.

Pur limitandoci ad un breve accenno, avvertiamo subito l’inconsistenza psicologica dei personaggi del romanzo, costruiti con una dinamica semplicissima. Inoltre, emerge il tentativo, secondo noi non riuscito, di una più intensa carica emotiva che dovrebbe coinvolgere il lettore e che, quindi, avrebbe dovuto trovare la sua giustificazione non solamente nella caratteristica formale della trama - diretta rappresentazione della dimensione melanconica dei ricordi di giovinezza- ma anche nello stile. Purtroppo quest’ultimo è modesto, tipico di tanta letteratura di consumo.

f.s.

 

[ Gianrico Carofiglio, Il passato è una terra straniera, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli,2006, 260 p.,€ 8,20 ]

Recensione/schizzo #25

Il romanzo di Giuse Alemanno è un piccolo gioiello narrativo. La storia è ambientata nel duro universo contadino della Puglia dell’ultimo Ottocento ed è costruita intorno al personaggio Nino, ragazzo contadino travolto dalla sua umanità brutalmente grottesca che trova modo di manifestarsi in pieno alla vigilia della morte del padre, malato e stordito dalla povertà.

Dopo aver scoperto la relazione extraconiugale di Annina, sua madre, con il proprietario terriero don Aldo Fucciano, padrone del padre “cafone”, il protagonista decide di uccide l’amante, sventrato in sacrificio come un maiale. Inizia così il viaggio di iniziazione alla vita del protagonista, fatta di ipocrisie, di parole non dette, di crudeltà e sete di potere. Altro sangue sarà versato. Sullo sfondo, gli incontri clandestini di alcuni anarchici e l’artificio della magia che trova in Zio Peppe il personaggio ‘forte’ della storia, a metà strada tra un santone laico e un imbroglione. 

Per la puntuale oggettivazione dell’ambiente rusticano; per il proposito di aderire alla psicologia contadina; per certe asciuttezze di stile; per la frequente adesione di moduli linguistici assai vicini al colore dialettale, senza eccedere; il romanzo può dirsi riuscito e coinvolgente.

I personaggi del romanzo sono creature di carne, dolorose o inquiete nella pulsione erotica, sempre un po’ ambigue e talvolta perverse nel ruolo di uomini semplici.

f.s.

[Giuse Alemanno, Terra nera, Stampa Alternativa, 2005, pp.142, € 7]

[Traduzione di José Daniel Henao Grisales ]

[QUI] potete leggere il testo italiano già pubblicato su Retroguardia.

 Vida de Victorio Alfieri

De Francesco Sasso

De pocos autores se conoce la vida a través de una obra de la manera como se conoce en “Vida” de Alfieri(1749-1803), pues en ella se describe más lo que él creía ser, que lo que era realmente. Es pues esta todavía una obra muy interesante, en la que aparece muy clara la crisis del Iluminismo y el primer anuncio de la nueva época del romanticismo.

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amanuense web

È impossibile nell’opera d’arte scindere contenuto e forma, informazione e struttura perché tutti gli elementi del testo sono significativi:

« Dire che la letteratura ha una sua lingua, che non coincide con la lingua naturale, ma è costruita sopra di essa, significa dire che la letteratura ha un suo sistema di segni e di regole per il collegamento di tali segni, sistema a lei proprio, che le serve per trasmettere delle comunicazioni particolari, non trasmissibili con altri mezzi. Cerchiamo di dimostrarlo.
Nelle lingue naturali è relativamente facile enucleare dei segni (unità costanti, invarianti, del testo) e delle regole di sintagmatica. I segni si distinguono nettamente nei piani del contenuto e dell’espressione, fra i quali esiste un rapporto di reciproco non condizionamento, di convenzionalità storica. Nel testo artistico non solo i confini dei segni sono diversi, ma è diverso lo stesso concetto di segno.
Abbiamo già detto che i segni nell’arte hanno un carattere non convenzionale, come nella lingua, ma iconico, rappresentativo […]. I segni iconici sono costruiti secondo il principio di un legame condizionato tra l’espressione e il contenuto […].
Il segno simula il proprio contenuto. Si capisce che, in queste condizioni, nel testo letterario avviene una semantizzazione degli elementi non semantici (sintattici) della lingua naturale […]. Dire: tutti gli elementi del testo sono elementi semantici, significa: il concetto di testo è identico al concetto di segno […]. Il testo è un segno integrale, e tutti i segni distinti del testo della lingua comune sono ridotti in esso al livello di elementi del segno». (1)

(1)  J.M. LOTMAN, La struttura del testo poetico, Milano, Mursia, 1972, pp. 28 sgg.

f.s.

Recensione/schizzo #24

Jules Michelet (1798-1874), storico francese, autore di Histoire Romaine (Storia Romana), dell’Histoire de France (Storia di Francia) che completò con il titolo Du Peuple (Del popolo) ed altre opere sociali, descrittive e poetiche, come Oiseau (L’uccello), La Mer (il mare), La Montagne (La montagna) ecc.

Negli ultimi tre mesi ho letto Histoire Romaine (Storia Romana). Lettura avvincente. Definì egli stesso il suo metodo: fare risorgere la vita intera del passato; e con la ricerca scrupolosa dei fatti di ogni genere e dello stato sociale e morale, risulta un grande storico. Alla ricerca attenta dei documenti, egli aggiunse inoltre la sua sensibilità, il suo amore per gli umili, per la natura, i suoi rapimenti davanti all’arte, le sue collere, per cui l’opera storica acquista pure un carattere epico. Tuttavia non possiamo nascondere che alle volte le sue passioni politiche gli tolgono la necessaria imparzialità ed egli cade allora nella polemica violenta.

Un coinvolgente viaggio nella storia romana. Il suo stile è romantico: immaginoso, vivace, poetico.

f.s.

[Jules Michelet, Storia di Roma, trad. Aldo Marcovecchio, Rusconi libri, 2002, pp.636 con immagini, 10 € ]